Fernando Ayala: la svolta latino americana firmata Trump

(Foto: vignetta di Trump che si diverte a giocare con il mondo)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo (già apparso sulla rivista della Treccani) di Fernando Ayala, ex Ambasciatore per il Cile a Roma dal 2014 al 2018. In quel periodo è stato anche Ambasciatore presso la FAO, l’IFAD e il WFP. Nell’ambito del governo dell’ex Presidente Gabriel Boric, ha svolto per un certo periodo l’incarico di sottosegretario alla Difesa.

Di Fernando Ayala

Dei dodici Stati che compongono il Sud America, almeno sette avranno governi di destra entro la fine dell’anno (Argentina, Cile, Ecuador, Paraguay, Bolivia, Perù e Colombia). Il Brasile, dove si terranno le elezioni il prossimo ottobre, potrebbe mantenere un governo progressista qualora il presidente  Luiz Inàcio Lula da Sila vincesse le elezioni, come indicano i sondaggi. In tal modo, il Brasile rimarrebbe tra i governi di sinistra insieme a Uruguay, Guyana e Suriname. Il Venezuela è diventato un caso insolito: continua a essere una dittatura con personaggi oscuri provenienti dalla sinistra, ma il Paese è controllato dagli Stati Uniti.

Del tutto diverso era lo scenario nel primo decennio di questo secolo, quando prese forma la cosiddetta “marea rosa”, che raggiunse il suo apice tra il 2009 e il 2011, quando su dodici Paesi nove erano guidati da governi di sinistra, alcuni dei quali con un marcato orientamento ideologico. Con il determinismo che li caratterizzava, alcuni leader di quel periodo ritenevano che la regione stesse dando il via ad un processo irreversibile di autonomia o indipendenza strategica e che gli Stati Uniti stessero perdendo il controllo di quello che era stato definito il loro «cortile di casa».

L’ultimo decennio del secolo scorso e i primi due dell’attuale mostravano un mondo in rapida trasformazione: la scienza avanzava a passi da gigante, le comunicazioni si diffondevano attraverso i telefoni cellulari, Internet e i social network. L’attacco terroristico dell’ 11 settembre 2001 ha cambiato per sempre la concezione della sicurezza degli Stati Uniti, giustificando l’uso della forza ovunque i propri interessi fossero percepiti come minacciati, senza tener conto delle norme del diritto internazionale né della Carta delle Nazioni Unite. Ciò ha coinciso con l’espansione della globalizzazione, la liberalizzazione dei flussi finanziari e la crescita del commercio internazionale.

La Cina si apriva come mercato per i Paesi grandi e piccoli; Canada, Messico e Stati Uniti consolidavano i loro accordi di libero scambio e ne venivano firmati di nuovi tra blocchi economici, come ad esempio quello dell’Unione Europea con il  Mercosul o con Stati quali Messico, Cile o Perù; anche la Cina faceva lo stesso dopo l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio. Erano inoltre scomparsi l’Unione Sovietica e il blocco dei Paesi socialisti dell’Est europeo. Gli Stati Uniti, con il loro potere economico, militare, tecnologico e culturale, erano l’unica potenza rimasta in un periodo che si apriva all’egemonia globale.

In Sud America, in Venezuela, un comandante dell’esercito, Ugo Chàvez che nel 1992 aveva tentato un colpo di Stato contro il governo di Carlos Andrés Pérez, fu incarcerato e rilasciato dopo aver scontato due anni di carcere, dando così inizio a una campagna politica volta a denunciare la corruzione del bipartitismo politico venezuelano. Nel 1998 vinse le elezioni presidenziali ottenendo il 59,7% dei voti e si impose anche nelle successive elezioni del 2006 e del 2012 con rispettivamente il 62,8% e il 54,4%. Il sostegno popolare di cui godeva il comandante lo spinse a definire il modello del «Socialismo del XXI secolo», che avrebbe influenzato diversi leader sudamericani come Evo Morales in Bolivia,  Raffael Correa in Ecuador o Cristina Fernandéz in Argentina, i quali credevano in un nuovo progetto socialista e non temevano di opporsi agli Stati Uniti.

Oggi rimane ben poco di quel modello. Quella “marea rosa” si è trasformata in un’onda blu che si è consolidata in questa nuova fase caratterizzata dall’estremismo di destra in Paesi come l’Argentina e il Cile, o in El Salvador, in America Centrale, dove  Nayib Bukele governa dal 2019 ed è uno dei punti di riferimento degli attuali presidenti  Javier Milei e José A. Kast. Tutti questi leader incarnano un progetto politico che non solo giustifica le dittature militari del passato, ma mira anche a smantellare parte dello Stato sociale esistente affidando – con il pretesto di garantire maggiore libertà – la gestione dell’economia e delle risorse naturali all’iniziativa privata e nascondendosi dietro il principio di sussidiarietà. Se osserviamo con attenzione ciò che sta accadendo vediamo però che si tratta di una politica che proviene dal Nord, in particolare dal presidente Donald Trump, il quale ha imposto un messaggio di carattere geopolitico che riafferma il concetto de «l’America agli americani», inteso oggi come territorio su cui esercitare l’assoluta egemonia statunitense in ambito politico, economico, militare e in tutti quei settori considerati strategici per gli Stati Uniti.

Lo ha dimostrato rivendicando anche la sovranità sulla Groenlandia o sul Canale di Panamá. Si tratta di far sì che il continente, che a partire dalla rivoluzione cubana ha ispirato diverse generazioni con i sogni del socialismo, «abbandoni ogni speranza» su percorsi che si allontanano dalla visione egemonica della Casa Bianca. Per il presidente Trump rimane in sospeso la questione di Cuba, dove abbiamo assistito a eventi inimmaginabili solo pochi anni fa, come la visita del direttore della CIA, John Ratcliffe, lo scorso maggio all’Avana, che ha permesso di allentare lo strangolamento economico e di avviare negoziati sulla liberazione e sul cambiamento di regime politico. Il conto alla rovescia è iniziato per Cuba, e arriverà anche l’ora per il Nicaragua, una volta che gli Stati Uniti avranno concluso le loro azioni nella guerra che, insieme a Israele, stanno conducendo contro l’Iran.


Video suggerito:

Commento sull’accordo UE-Mercosur da parte dell’Ambasciatore del Brasile in Italia Renato Mosca.