Fernando Ayala e la scusa dello ‘scudo della Americhe’ avanzata da Trump

(Foto: Assemblea Generale delle Nazioni Unite)

Riceviamo dall’autore e volentieri pubblichiamo un articolo (già apparso sulla rivista della Treccani) di Fernando Ayala, ex Ambasciatore a Roma dal 2014 al 2018, che ha ricoperto anche incarichi di Stato come Ambasciatore presso la FAO, l’IFAD e il WFP. Laureato in Economia all’Università di Zagabria in Croazia, ha un master in scienze politiche presso l’Università Cattolica del Cile. Ayala si è ritirato dalla carriera diplomatica nel 2018, dopo 36 anni di servizio in numerosi Paesi, tra cui Ecuador, Corea del Sud, Svezia, Stati Uniti e, come Ambasciatore, in Vietnam, Portogallo, Trinidad e Tobago (con estensione anche su Guyana, Suriname, Barbados, Grenada e Saint Vincent e Grenadine) e in Italia (con estensione su Malta e San Marino). Di ritorno in Cile, è stato dal 2020 al 2022 Vicedirettore degli Affari strategici presso l’Università del Cile. Infine, nell’ambito del governo dell’ex Presidente Gabriel Boric, ha svolto per un certo periodo l’incarico di sottosegretario alla Difesa. 

Di Fernando Ayala

Nel quadro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, lo scorso 22 settembre, il presidente  Donald Trump ha riunito quindici capi di Stato di America Latina e Caraibi per formalizzare il cosiddetto Scudo delle Americhe. Lo scopo ufficiale è quello di combattere la criminalità transnazionale, il traffico di droga e il terrorismo che affliggono con particolare violenza alcuni Paesi. In virtù di questo accordo o patto, gli Stati Uniti intendono rafforzare la propria presenza economica, militare e politica secondo un nuovo modello che rischia di limitare la sovranità. Per quanto riguarda il Sud America, hanno aderito Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay e Perù. Curiosamente il Venezuela, Paese oggi considerato un protettorato dopo essere stato invaso, aver visto il proprio presidente rapito e aver firmato un accordo con Washington per lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere del mondo, non fa parte dell’accordo. Dall’America Centrale e dai Caraibi hanno aderito Costa Rica, El Salvador, Honduras, Panamá, Repubblica Dominicana e Trinidad e Tobago.

In precedenza, il 7 marzo di quest’anno, il presidente Donald Trump aveva invitato nella sua residenza privata di Miami, a Mar-a-Lago, un gruppo di capi di Stato ideologicamente affini, alla presenza del neoeletto presidente del Cile, José A. Kast – sebbene non fosse ancora insediato – dove è stata annunciata la creazione dello Scudo delle Americhe per combattere la minaccia reale del narcotraffico e del terrorismo. Il messaggio di fondo, reale, era quello di contenere la crescente presenza cinese nella regione, rendere più flessibili i confini per lo schieramento delle forze militari e consolidare un nuovo tipo di presenza degli Stati Uniti. Si tratta della concretizzazione della visione strategica e geopolitica del Pentagono e del potente comando meridionale che mira a dare corpo al concetto coniato da Trump di Dottrina Donroe, che non è più la versione originale del 1823 del presidente James Monroe, volta ad allontanare gli europei dalle nascenti repubbliche americane, bensì finalizzata al controllo degli Stati Uniti sul continente in tutti quegli aspetti considerati minacce alla propria sicurezza nazionale.

È quanto è emerso dalle prime dichiarazioni e, successivamente, dal testo formale firmato a New York, in cui si evidenziano tre assi principali: economia, sicurezza e coordinamento multilaterale. Senza bisogno di menzionare la Cina, si sottolinea la necessità di «salvaguardare le catene di approvvigionamento dei minerali critici», ovvero di precludere l’accesso agli investimenti in settori strategici ai Paesi estranei alla regione. Sul piano della sicurezza, si mira ad affrontare le minacce attraverso il coordinamento delle azioni dei governi in materia di intelligence, nonché a «facilitare l’accesso, ove opportuno, alle tecnologie e alle capacità di sicurezza» e a mantenere una posizione comune, ovvero in linea con gli Stati Uniti, nei forum multilaterali. Inoltre, il documento fa riferimento al Trattato interamericano di assistenza reciproca (TIAR, The Inter-American Treaty of Reciprocal Assistance), entrato in vigore nel 1948 all’inizio della , che contiene una clausola simile all’art. 5 della NATO, secondo cui un attacco contro uno di essi costituisce un attacco contro tutti. Ciò significa agevolare l’intervento di truppe in un Paese per combattere il terrorismo e il traffico di droga, considerati praticamente come una potenza autonoma e sovrana.

Di fatto, sembrerebbe che ci troviamo di fronte a una nuova definizione del concetto di sovranità, questa volta a livello continentale, ispirata al principio invocato da uno dei padri della scienza politica Thomas Hobbes, il quale nel 1651 identificò lo Stato come un grande mostro, un potere assoluto e sovrano, che chiamò Leviatano e che è la conseguenza di un patto tra gli individui per superare lo stato di natura e garantire la sicurezza. È simile al patto proposto da Washington e che ha trovato concretizzazione nello Scudo delle Americhe. Poiché il narcoterrorismo rappresenta una minaccia transnazionale e non tutti i Paesi dispongono delle capacità per affrontarlo, essi possono farlo con il sostegno degli Stati Uniti, cedendo parte della propria sovranità e ricevendo in cambio materiale bellico, informazioni di intelligence e addestramento militare che gli Stati Uniti sono disposti a fornire. Il nuovo governo colombiano lo ha già accettato, così come quelli di Ecuador, El Salvador e Guatemala, che hanno autorizzato operazioni militari congiunte. A ciò si è aggiunta la richiesta del governo degli Stati Uniti di aumentare la spesa per la difesa nella regione, come ha dichiarato il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, lo scorso 12 agosto durante l’incontro tenutosi a Panamá con diciotto dei suoi omologhi latinoamericani.

In quell’occasione, con tono severo e autoritario, ha affermato che la percentuale del PIL destinata alla difesa nella regione era «ridicola» e che avrebbe dovuto essere aumentata in modo significativo, poiché in media non raggiunge il 2% del PIL. L’Argentina e il Perù hanno avviato l’acquisto di aerei e materiale bellico statunitense. Il Cile ha annunciato lo scorso 24 settembre che effettuerà uno storico acquisto di rifornimento di materiale militare, senza specificarne ancora l’ammontare. L’appello di Hegseth è andato oltre, estendendosi al piano multilaterale, invitando i Paesi ad abbandonare la Corte penale internazionale (CPI) in quanto rappresenterebbe una minaccia alla sovranità nazionale. Il Venezuela ha già formalizzato il proprio ritiro, che avrà effetto a partire dal 24 luglio 2027. Resta da vedere se altri Stati si adegueranno a tale richiesta. Allo stesso modo, la Colombia ha proceduto a interrompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, mentre il Cile ha annunciato il proprio ritiro dal Movimento dei Paesi non allineati e ha provveduto a chiudere l’ambasciata a Teheran.

Gli Stati Uniti, favoriti da una congiuntura politica che ha portato l’estrema destra a conquistare diversi governi, sono riusciti per il momento ad avere al proprio fianco quindici Stati. Sebbene alcuni siano più allineati di altri, la forza e il potere statunitensi sono molto difficili da contrastare a causa della dipendenza nell’ambito della difesa, tecnologico, degli investimenti e culturale. Lo sguardo di Washington è rivolto al controllo geopolitico assoluto dell’America Latina, delle sue risorse naturali strategiche, dello Stretto di Magellano e, soprattutto, alla proiezione verso l’Antartide. A sua volta vi è il Brasile, principale potenza regionale, con circa 222 milioni di abitanti, che intrattiene stretti rapporti con la Cina in materia di investimenti, commercio, tecnologia, scienza e persino difesa. Nel 2025 il commercio bilaterale tra i due Paesi ha raggiunto i 171 miliardi di dollari e gli investimenti cinesi in Brasile i 6,1 miliardi di dollari. Le prossime elezioni brasiliane per la presidenza, i governatori e parte del Parlamento, previste per il 4 ottobre con un probabile ballottaggio il 25 dello stesso mese, determineranno se il Paese continuerà a essere governato dal presidente Inacio Lula da Silva, di centrosinistra, oppure da Flavio Bolsonaro, che porta avanti la linea di estrema destra di suo padre, l’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale sta scontando una pena di 27 anni di reclusione per tentato colpo di Stato. Se Lula venisse rieletto, il Brasile sarebbe probabilmente l’unico Paese sudamericano a mantenere un certo grado di indipendenza rispetto a Washington. Al contrario, se vincesse Bolsonaro, diverrebbe probabilmente un altro membro dello Scudo delle Americhe.

L’evento politico che ha avuto risonanza in diversi Stati della regione è la divisione interna che sta cominciando a crescere in alcuni Paesi tra coloro che sostengono l’adesione a questo nuovo patto con gli Stati Uniti e coloro che lo rifiutano, diventando così parte dell’agenda di dibattito tra governo, opposizione e società civile. Il caso di maggiore rilevanza si è verificato in Cile con una lettera pubblica firmata dagli ex presidenti  MIchel Bachelet e Gabriel Boric, lo scorso 25 settembre, in cui si esorta il governo di Kast a ritirare il Paese dallo Scudo delle Americhe, poiché tale adesione metterebbe a repentaglio l’indipendenza, eroderebbe la sovranità e romperebbe con una tradizione più che centenaria di autonomia strategica che il Cile ha mantenuto nel corso della sua storia democratica. I governi provvisori di estrema destra, come quelli di Argentina, Cile o Colombia, devono alzare lo sguardo e valutare l’interesse nazionale, le tradizioni e la dignità nazionale, senza piegarsi alle pressioni imperialiste che devastano il continente.