
(Foto. nel riquadro Fabio Porta)
Dopo che nel corso del 2025 Rea International ha avuto modo di sentire numerosi italiani residenti all’estero, nonché rappresentanti del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’estero) e dei vari Comites (Comitati degli italiani all’estero), è sembrato opportuno concludere l’anno con un bilancio complessivo su come sono stati tutelati i diritti dell’altra Italia, quella dei cittadini italiani e di origine italiana residenti all’estero (insieme rappresentano oltre 60 milioni del mondo, con più della metà nell’America meridionale. A tale fine abbiamo intervistato Fabio Porta, parlamentare italiano (PD) eletto nella Circoscrizione Sud America. Ecco cosa ci ha tetto.
Di Rainero Schembri
On. Porta, non le sembra di esagerare quando parla di Annus Horribilis per gli italiani all’estero? No, non mi sembra proprio. Intanto, ricordo che l’anno è iniziato con l’aumento della tassa sulla cittadinanza, l’eliminazione dell’indennità di disoccupazione e la sospensione dell’aumento delle pensioni. Poi è proseguito con il famoso “decreto della vergogna” e la nuova legge sulla cittadinanza. Infine, si è concluso con una pessima legge di bilancio, abbinata alle ombre pesanti sul voto all’estero e sul possibile rinvio delle elezioni dei Comites e del CGIE. Nel 2026 ricorderemo i primi venti anni da quando si votò per la prima volta per la Circoscrizione Estero e in questi due decenni mai un governo si era accanito con tanto cinismo sui diritti delle grandi comunità italiane all’estero. Per quanto ci riguarda, abbiamo combattuto con serietà e coerenza contro questo attentato continuo ai nostri diritti, non soltanto nella epica battaglia in commissione e in aula sulla cittadinanza ma su tutti i provvedimenti legislativi che riguardavano gli interessi e i servizi degli italiani all’estero. Per fortuna siamo riusciti a raggiungere anche alcuni risultati positivi.
Tipo? E’ stata concessa la possibilità per gli italiani all’estero di richiedere ai Comuni italiani la carta di identità elettronica. Inoltre, è stata introdotta l’esenzione dalla tassa sulla casa nei piccoli centri e nelle aree interne per gli emigrati. Poi c’è stata la proroga per l’avvio della centralizzazione a Roma delle pratiche di cittadinanza e all’introduzione per l’anno scolastico in corso dello studio dell’emigrazione italiana. Sono state anche approvate dalle risorse aggiuntive per il funzionamento dei Comites ed è stato consentito il trasferimento ai consolati di parte di quanto ricavato per l’emissione dei passaporti. Nel frattempo l’Italia continua ad essere attanagliata da una crisi demografica quasi irreversibile (che avrebbe bisogno di politiche inclusive sulla cittadinanza, a partire da quella dei nostri concittadini nati all’estero). Da non dimenticare, poi, che nel mondo è in atto una vera e propria guerra al multilateralismo: ciò dovrebbe consigliare l’Italia e l’Europa a investire in maniera decisa sul rapporto con i Paesi dove vivono le maggiori nostre collettività all’estero, a partire dal Mercosul e dal Sudamerica.
A proposito dell’accordo UE-Mercosur, che riguarda Paesi come il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay e il Paraguay, dopo 25 anni di trattative ancora non è stato ratificato dall’Europa. Cosa ci può dire in proposito? Il continuo temporeggiare del governo italiano rischia di fare saltare definitivamente il più grande accordo commerciale della storia: un accordo che vedrebbe il Sistema Italia come il maggiore beneficiario con un surplus di quasi dieci miliardi di euro del suo export. Dire, come ha dichiarato in aula a Montecitorio la Presidente del Consiglio, che “firmare l’accordo sia ancora prematuro” allinea di fatto l’Italia ad una minoranza di blocco in grado di fare saltare, forse definitivamente, un negoziato delicatissimo oltre che di compromettere gli accordi futuri. Il governo esca dall’ambiguità e difenda una risoluzione che rafforzi i meccanismi di salvaguardia già previsti dall’accordo, insieme alle protezioni del settore agricolo al monitoraggio e alla reciprocità. In caso contrario la Presidente Meloni si assumerà la responsabilità storica di bloccare l’iter di un progetto che risponde non solo agli interessi del Paese ma anche delle sue storiche e radicate comunità in Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, dando un altro duro colpo alla credibilità del Paese nel mondo.
Parlando di politica estera, non si può non fare i conti con la novitù chiamata Trump. Lei cosa pensa della nuova politica americana? In un documento di appena 33 pagine gli Stati Uniti hanno messo nero su bianco la propria visione del mondo basata sul principio “America First” che declina la politica estera secondo gli interessi economici nazionali, rapportandosi al resto del mondo in base ai rapporti di forza tra potenze. Nessuna critica alla Russia di Putin, timore reverenziale verso la Cina e disprezzo verso l’Europa. Un mondo governato dal cinismo, dove non c’è più spazio per il multilateralismo e la democrazia. L’America Latina, per gli USA, torna ad essere il “cortile di casa” ossia un’appendice meridionale da controllare con le buone o le cattive.
Il documento ha il “pregio” di rendere esplicite e ufficiali una lunga serie di affermazioni e di conseguenti atteggiamenti che avevano già caratterizzato l’attuale presidenza americana; dalla fascinazione per i dittatori alla mancanza di rispetto per gli alleati europei, passando per le minacce di annessione a Canada e Groenlandia ai messaggi minacciosi a quanti in America Latina non volessero adeguarsi alla supremazia USA.
“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”: ancora una volta la celebre frase scritta da Antonio Gramsci durante la prigionia ci aiuta con sorprendente quanto preoccupante attualità a descrivere un drammatico e quanto mai incerto passaggio storico, dove appare sempre più evidente il prevalere delle logiche di potere, la “prepotenza delle superpotenze”, sul diritto internazionale (ormai considerato un inutile orpello dalle leadership sovraniste e autocratiche).
È indubbio che l’Europa paghi oggi il prezzo di troppe incertezze e ritardi che hanno segnato in questi anni il processo di integrazione, in una continua oscillazione tra l’allargamento a nuovi Paesi e il diritto di veto dei singoli governi. Altrettanto reale negli ultimi anni è stata l’ingerenza degli Stati Uniti di Trump nelle scelte di politica interna dei Paesi aderenti all’UE, dal referendum sulla Brexit che sancì l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione al sostegno diretto o indiretto ai partiti o movimenti sovranisti ed euroscettici.
Come vede il futuro dei rapporti USA-Europa?
Il continente europeo, secondo il documento americano, potrà continuare ad essere un partner strategico degli Stati Uniti a condizione che a dominarlo siano gli alleati del Presidente Trump e non le forze politiche che puntano ad un’autonomia dell’UE dalle superpotenze e ad un suo nuovo protagonismo sullo scenario internazionale, a partire dal raggiungimento di una pace giusta in Ucraina e dal rafforzamento di una sua politica di difesa. La “National Security Strategy” insomma è la sistematizzazione in dottrina dell’approccio trumpiano alla politica estera. Niente universalismi, niente progetti di ingegneria politica all’estero, niente garanzie gratuite agli alleati e nessun idealismo.
L’America First non è più così un semplice slogan ma una vera e propria strategia di una potenza selettiva: forte, sovrana, industriale, impermeabile a influenze esterne, e libera di agire, o non agire, secondo un criterio semplice: cosa serve all’interesse americano? Tutto il resto è relegato a inutili costi sul piano economico e politico, a partire dal sostegno al multilateralismo fino ad oggi rappresentato dal sistema delle Nazioni Unite, ai quali gli Stati Uniti danno un colpo pressoché mortale. Un mondo senza ONU, con una UE indebolita ed un’America Latina ai propri servizi: eccola NSS di Donald Trump. Come recitava il titolo di un dramma di Pirandello: “Così è (se vi pare).”
Lei vive in Brasile, il gigante dell’America Latina. ed è anche Presidente della Sezione di amicizia Italia-Brasile dell’Unione Interparlamentare. Recentemente avete promosso presso la Sala degli Atti parlamentari della Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, il seminario “Italia–Brasile: il contrasto alla violenza contro le donne e la tutela delle vittime di crimini”. Cosa è emerso in quella circostanza?
L’incontro, organizzato in occasione della visita a Roma della delegazione del Fórum Internacional de Direito das Vítimas (INTERVID), ha rappresentato un momento di confronto istituzionale tra Italia e Brasile sulle politiche di contrasto alla violenza di genere e sugli strumenti di tutela delle vittime, valorizzando il dialogo tra esperienze legislative, giurisprudenziali e di ricerca. Sono stati messi in rilievo vari aspetti importanti quali il ruolo delle corti internazionali e sovranazionali quali riferimenti imprescindibili per la definizione degli standard di tutela dei diritti delle vittime e per l’armonizzazione delle risposte normative nazionali,. nonché l’importanza delle statistiche di genere e delle evidenze empiriche per l’analisi dei trend strutturali del fenomeno e per la costruzione di politiche pubbliche efficaci. Quello che è certo è che Il confronto costante, lo scambio di informazioni e di strumenti tra istituzioni, mondo associativo ed esperienze internazionali rivestono un ruolo centrale nella promozione di politiche sempre più efficaci di tutela delle vittime e di contrasto alla violenza di genere.
Parliamo di due aspetti che spesso non trovano spazio nel dibattito politico e sui grandi organi di informazione. Il primo riguarda la tutela degli italiani nei Paesi dove rappresentano solo una esigua minoranza. Poi c’è il problema della tutela sociale, che noi come REA, Radiotelevisioni Europee Associate, interessa moltissimo, tanto che abbiamo addirittura attivato un movimento internazionale denominato Tutela Sociale per la Pace nel Mondo. Su questi due aspetti cosa ci può dire?
Comincio ricordando che in Moldavia vive e lavora un piccolo nucleo di cittadini italiani (poche centinaia). Ebbene lo Stato italiano ha deciso di stipulare un accordo di sicurezza sociale bilaterale con il piccolo Paese dell’Europa dell’Est (che è entrato in vigore lo scorso settembre) per tutelare i diritti socio-previdenziali dei cittadini che si spostano nei due Paesi. Sempre quest’anno, lo scorso luglio, è entrato in vigore l’accordo di sicurezza sociale con l’Albania (numero di iscritti all’Aire ivi residenti di poco superiore alle 2.000 unità). Negli anni scorsi, inoltre, erano stati firmati analoghi accordi con Turchia, Giappone e Israele. Alcune migliaia di cittadini italiani residenti in quei Paesi potranno così far valere importanti diritti pensionistici.
Tuttavia continuo a chiedermi, e l’ho chiesto anche al Governo con le mie interrogazioni e interventi politici, ma finora senza risposta, quale è la logica che induce il Governo italiano a privilegiare, con costi e impegni amministrativi sostanziali, accordi (ancorché benefici) con Paesi ove le collettività italiane sono numericamente esigue e a ignorare invece i diritti delle decine di migliaia di cittadini italiani emigrati nei Paesi dell’America Latina con i quali l’Italia non ha ancora e vergognosamente stipulato alcun accordo di sicurezza sociale. Come ho denunciato più volte nella mia attività politica e parlamentare, nonostante la ripresa dei flussi migratori in entrata e in uscita, è da molti anni sospesa l’attività dello Stato italiano per garantire ai cittadini italiani residenti all’estero una adeguata tutela socio-previdenziale in regime internazionale.
Ho ricordato al Governo che in Cile, Colombia, Ecuador e Perù risiedono rispettivamente circa 65.000, 22.000, 30.000 e 36.000 cittadini italiani iscritti all’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero ndr.) e che l’importante e consistente presenza di cittadini italiani in questi Paesi dell’America Latina e di cittadini di questi Paesi in Italia privi di tutela previdenziale in convenzione, impone, se lo si ritiene un dovere di un Paese civile, la stipula di convenzioni bilaterali di sicurezza sociale (come è stato fatto con quasi tutti i Paesi di emigrazione italiana) che tutelino adeguatamente questi lavoratori nell’ambito socio-previdenziale. Ho evidenziato che con il Cile una convenzione di sicurezza sociale era stata firmata addirittura nel lontano 5 marzo 1998, che il Parlamento cileno aveva poi approvato, ma che manca l’approvazione del Parlamento italiano per la sua entrata in vigore; con il Perù sono stati avviati negoziati diplomatici per le eventuali intese bilaterali e predisposte le bozze degli accordi di sicurezza sociale che non hanno avuto seguito; con la Colombia e l’Ecuador attualmente invece non vi sono in corso negoziati in materia di sicurezza sociale nonostante le forti pressioni esercitate dagli organismi rappresentativi degli italiani ivi residenti come i Comites.
Il problema è ovviamente politico: se da un lato si stipulano accordi con i Paesi di immigrazione in Italia (vedi Albania e Moldavia) mancano purtroppo la volontà e l’interesse, in un quadro programmatico di interventi socio-previdenziali, di tutelare i diritti delle nostre collettività residenti all’estero. Ma per questo Governo gli italiani all’estero non esistono, sono dei fantasmi che vivono nel mondo senza diritti e senza rappresentanza. Infatti dopo essere stati pesantemente penalizzati con la Legge di Bilancio dell’anno scorso i nostri connazionali auspicavano e si aspettavano interventi correttivi dei tangibili torti subiti o perlomeno misure e azioni positive volte a migliorare le loro condizioni.
La Legge di Bilancio per il 2026 invece non solo non introduce misure che valorizzino la presenza e il lavoro degtli italiani all’estero, non solo ignora le richieste di ripristinare i diritti lesi o revocati dalla finanziaria per il 2025, non solo non recepisce le richieste in materia sociale, fiscale, previdenziale, assistenziale che le nostre collettività emigrate reclamano da tempo, ma dimentica completamente l’esistenza nel mondo di oltre 6 milioni di cittadini italiani che lamentano una sensazione di abbandono o trascuratezza da parte dello Stato italiano e che si aspettano un segnale di attenzione e di riconoscenza. Nel prosieguo della legislatura non mancheremo di continuare a sensibilizzare Governo e Parlamento con l’auspicio che le nostre giuste rivendicazioni siano finalmente considerate con serietà e lungimiranza.
Concludiamo, però, con una nota positiva e piacevole: il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’UNESCO. Su questo cosa ci può dire?
Si tratta senza dubbio di una straordinaria vittoria per l’Italia e per tutti gli italiani nel mondo. Dietro ogni piatto della nostra tradizione si celano secoli di storia, di saperi tramandati, di territori e comunità che hanno saputo trasformare la cultura del cibo in un linguaggio universale di convivialità, sostenibilità e identità. È un riconoscimento che premia non solo la qualità dei nostri prodotti, ma anche la capacità di coniugare tradizione e innovazione nel rispetto delle diversità regionali. Per gli italiani all’estero la cucina è spesso il primo e più autentico legame con le proprie origini. Nelle case, nei ristoranti, nelle feste e nelle associazioni italiane si celebra quotidianamente questo patrimonio vivente, che continua a rappresentare nel mondo il volto migliore dell’Italia, la sua cultura dell’accoglienza e la sua capacità di dialogo tra popoli e generazioni. Penso che questo risultato sia anche merito di noi italiani all’estero che abbiamo fatto della cucina dei luoghi di origine un punto essenziale del nostro cultural heritage contribuendo, così, a questo risultato: un successo che invita tutti noi a proteggere, promuovere e trasmettere alle nuove generazioni la ricchezza della nostra tradizione gastronomica, vero emblema dell’identità nazionale e della diplomazia culturale italiana.

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