Per il Generale Sergio Buono è nell’interesse di tutti valorizzare gli italiani all’estero

(Foto: nel riquadro Sergio Buono )

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il parere espresso dal Generale Sergio Buono sul video ‘Il vero Jolly: rafforzare l’unione tra le due Italie’. inserito nella Rubrica di Rea International ‘Italia e Italiani nel Mondo’ (vedere link ripostato a fondo pagina). Da pensionato il Generale presiede l’Associazione Nazionale Aviazione dell’Esercito. Per molti anni ha operato nell’ambito delle missioni italiane all’estero e quindi è un profondo conoscitore della realtà degli italiani all’estero. Spesso il generale viene interpellato per esprimere pubblicamente le sue opinioni sulla presenza dell’Italia e degli italiani nel mondo e sul contributo offerto dal nostro Paese sul piano della ricerca della pace e del rafforzamento dei rapporti economici e culturali tra l’Italia e altri Paesi, soprattutto per quelli che hanno una consistente presenza italiana.

Di Sergio Buono

Sia pure in quantità e con modalità diverse rispetto a quelle del secolo scorso – quando milioni di italiani dovettero lasciare il Paese, alla ricerca di prospettive di lavoro più dignitose, verso il Sud America prima e il Nord Europa poi – da qualche anno a questa parte l’Italia sta assistendo a un nuovo fenomeno migratorio, che possiamo ricondurre sostanzialmente a due direttrici:

a) la cosiddetta “fuga dei cervelli”: vede coinvolti soprattutto giovani culturalmente molto preparati, laureati, spesso con un Dottorato di Ricerca in tasca, che cercano all’estero sbocchi professionali consoni alla propria
preparazione accademica e alle competenze di alto livello maturate nell’ambito di un lungo percorso formativo, che in Italia sono loro preclusi nella stragrande maggioranza dei casi, a meno di non poter contare sui soliti “santi in Paradiso”;

b) quella che possiamo definire “fuga dei pensionati”: riguarda soprattutto anziani che, dopo una vita di lavoro, si ritrovano in pensione con un trattamento previdenziale ai limiti della sopravvivenza – e spesso anche al di
sotto – certamente inadeguato al costo della vita nel nostro Paese, che cercano in altri Paesi – che spesso definiamo “in via di sviluppo”, o appartenenti all’ex-blocco comunista – un potere di acquisto delle loro
pensioni, in rapporto al costo della vita, che possa garantire loro uno standard di vita quanto meno dignitoso, quando non addirittura di vero e proprio “benessere”. A nostro avviso, ci sono due strade percorribili per convertire questo fenomeno in “resilienza” (per usare un termine oggi molto abusato):

a) per quanto riguarda i giovani, valorizzare il talento e le competenze con prospettive professionali consone al loro livello culturale e formativo e con adeguate gratificazioni remunerative, in modo che gli investimenti per la loro formazione e le capacità da essi acquisite possano ritornare ad esprimersi a vantaggio del Paese.

b) Per quanto riguarda gli anziani, innalzare il tetto delle pensioni in modo da garantire un livello di vita almeno dignitoso all’interno dei patri confini, in maniera tale che i soldi delle pensioni vengano spesi avvantaggiando il mercato interno, e non vada disperso, con la partenza degli anziani all’estero, un patrimonio di memoria storica e di tradizioni a beneficio delle nuove generazioni. Occorre in sostanza: valorizzare il senso di identità e l’orgoglio nazionale (da non confondere con il “nazionalismo”) di chi, giovane o vecchio, abbia lasciato il nostro Paese per i più diversi motivi. Questo si può ottenere principalmente investendo sul “capitale culturale” e “storico” della nostra nazione, recuperando e valorizzando – senza far ricorso ad una facile e stantia retorica patriottarda – quelle che sono le peculiarità e le prerogative storico-culturali che rendono il nostro Paese unico al mondo. 

In questo modo, qualunque italiano, giovane o vecchio, che abbia voluto o dovuto lasciare il nostro Paese si sentirebbe investito di una missione rappresentativa della nazione, che lo renderebbe una sorta di “ambasciatore italiano all’estero”, grazie al suo bagaglio culturale (nell’accezione più estesa del termine) e di competenze professionali: un vero rappresentante del cosiddetto “sistema-Paese”, per usare un altro termine oggi molto di moda. In questa prospettiva, la creazione di un “Ministero per gli italiani all’estero” potrebbe venire incontro alle necessità organizzative e gestionali di questo programma; ma c’è il rischio che questo comporti implicitamente l’ammissione di una “diaspora” di cittadini italiani che per disperazione – i giovani perché non trovano lavoro, e quando lo trovano ricevono gli stipendi più bassi d’Europa; gli anziani perché, con le loro misere pensioni, non arrivano neanche alla fine del mese – hanno dovuto lasciare l’Italia per cercare all’estero condizioni più gratificanti o quanto meno più dignitose.

Questione cittadinanza. In quest’ottica – e lo diciamo senza nessuna intenzione polemica – le recenti restrizioni adottate in materia di riconoscimento della cittadinanza italiana a cittadini stranieri di sia pur lontane origini italiane, non favoriscono lo sviluppo di quella “italianità” che sarebbe il miglior veicolo di promozione del nostro Paese all’estero – oltre a frustrare le legittime aspirazioni di tanti oriundi che si sentono ancora sinceramente legati all’Italia, nonostante la grande distanza spaziale (dal punto di vista geografico) e temporale (da quando i loro antenati hanno lasciato il nostro Paese), e che non vogliono tornarci solo per approfittare del Sistema Sanitario Nazionale (che oramai non esiste quasi più neanche per i cittadini residenti in Italia), o per beneficiare, in un futuro, di una pensione.

Una cosa è certa: non ci si può ricordare dei cittadini italiani residenti all’estero solo in occasione delle elezioni politiche, quando si cerca di ottenere il loro voto per meschini interessi di bottega, o dei cittadini stranieri di origine italiana solo quando la Nazionale di calcio gioca – forse sarebbe meglio dire “giocava”, visti i recenti, tristi sviluppi del calcio italiano al livello internazionale – all’estero, perché vadano allo stadio a fare il tifo. Sarebbe più idonea allora la creazione di istituzioni politico-culturali ad hoc per il sostegno degli italiani e dell’”italianità” all’estero; e questo non solo nel loro interesse, ma nell’interesse del nostro Paese, inquadrando questa iniziativa nel contesto di una più ampia strategia di quello che oggi viene definito soft power, ovvero la capacità di garantire gli interessi nazionali nei confronti degli altri Paesi non mediante il più “brutale” strumento militare, ma attraverso la più raffinata, ed efficace, penetrazione culturale.