Fabio Porta: ‘Liberiamo subito gli italiani nelle carceri venezuelane per motivi politici’

(Foto: sullo sfondo di Caracas il deputato Fabio Porta)

Nell’ambito del nostro tradizionale appuntamento mensile con il deputato Fabio Porta (eletto allá Camera dei Deputati nella Circoscrizione Sud America) abbiamo affrontato: a) il problema degli italiani ingiustamente incarcerati in Venezuela per motivi politici, b) l’assoluta necessità di insegnare nelle scuole la storia dell’emigrazione italiana; c)  il ricordo del naufragio nel 1906 di centinaia di emigranti italiani; d) e contraddizione storica  insita nel termine ‘remigrazione’ e) il ricordo di Ma ecco cosa ci ha detto l’On. Porta.

Finita questa calda estate a chi sente di dedicare un particolare pensiero?

 All’angoscia dei familiari dei cittadini italo-venezuelani detenuti nelle carceri del regime. Nessun italiano si trova nell’elenco delle 131 persone alle quali sono stati concessi gli arresti domiciliari a seguito dei recenti colloqui in Venezuela tra governo e opposizione . I familiari dei nostri connazionali denunciano l’assenza di rappresentanti dei nostri consolati all’uscita delle carceri, a differenza di molti altri Paesi europei.

“Fino a quando l’Italia sarà così prudente nell’agire?” chiedono le famiglie di decine di detenuti con cittadinanza italiana. Sii tratta di una domanda legittima alla luce delle recenti liberazioni anche degli scarsi risultati degli ultimi anni caratterizzati da gaffe, omissioni e tentennamenti da parte della nostra diplomazia.

Lei ha avuto modo di incontrare i parenti dei detenuti?

Nelle scorse settimane ho incontrato alcuni parenti degli italiani in carcere e ho promesso loro di continuare a sensibilizzare le nostre istituzioni affinché non dimentichino questo dramma. Solleciterò nuovamente l’invio di una delegazione parlamentare in Venezuela con priorità per la situazione degli italo-venezuelani ancora in carcere; di alcuni di essi da settimane non si hanno notizie sulle loro condizioni”.

Perlando di italiani all’estero oggi sono in tanti a sostenere la necessità di raccontare nelle scuole la storia dell’emigrazione italiana. Qual è la sua opinione in merito?

La storia delle migrazioni italiane costituisce una delle trame più profonde e meno pacificate del nostro Novecento, un laboratorio di identità collettiva nel quale si intrecciano povertà e modernizzazione, Stato nazionale e diaspora, lavoro e diritti. Fin dalla fine dell’Ottocento, l’Italia si è configurata come “Paese d’emigrazione” sistemica: milioni di persone hanno lasciato le campagne e le periferie urbane per dirigersi verso le Americhe e, successivamente, verso i Paesi europei più industrializzati, in un flusso che ha ridisegnato la geografia sociale del Paese. In questo lungo processo due tragedie, il naufragio del piroscafo Sirio nel 1906 e il disastro minerario di Marcinelle nel 1956, emergono come veri e propri snodi simbolici, capaci di dare forma alla memoria e di interrogare la nostra coscienza civile.

Mentre del disastro avvenuto nel dopoguerra nelle miniere di Marcinelle in Belgio, è stato fatto anche un interessante servizio televisivo, meno noto è il caso del naufragio del naufragio del piroscafo Sirio. Ce lo può ricordare in estrema sintesi?

Il Sirio era un piroscafo costruito a Glasgow nel 1883, destinato in larga misura al trasporto di emigranti italiani verso le Americhe. Il 4 agosto 1906, mentre navigava lungo le coste spagnole in prossimità di Capo Palos, nei pressi di Cartagena, si schiantò contro i bassi fondali delle Hormigas, probabilmente a causa di una rotta troppo vicina alla costa scelta per abbreviare il tragitto e incrementare la redditività del viaggio. A bordo si trovavano centinaia di passeggeri, in gran parte emigranti di terza classe, spesso stipati in condizioni igieniche precarie; la storiografia parla di un numero di vittime compreso tra le 293 e le 500, in maggioranza italiani.  Alcuni resoconti ipotizzano anche più di 500 morti, a causa della presenza di clandestini non registrati. Il naufragio, uno dei più gravi disastri navali della marina mercantile italiana, si iscrive così in una storia più ampia: quella di un sistema di trasporto transoceanico dominato da compagnie private, intermediari e “padroni del vapore”, nel quale la vita degli emigranti valeva meno della capacità di riempire le stive.

Sempre a proposito di emigranti, da qualche tempo in Italia si è cominciato a parlare di ‘remigrazione’, cioè di un rimpatrio forzoso. Lei non pensa che alla fine questo discorso possa avere dei riflessi negativi anche per gli emigranti italiani all’estero?

Intanto, ricordiamo che da almeno duemila anni l’identità dei popoli europei si è alimentata e consolidata grazie alla dialettica tra popoli e culture diverse: dalla grande intelligenza con cui l’Impero romano seppe inglobare e assimilare genti e tradizioni diverse e lontane alla mobilità continua di persone che hanno forgiato e riscritto la fisionomia di interi popoli. Ora si sta cercando di dare legittimità teorica e normativa ad un concetto che se applicato alla nostra storia comporterebbe il rientro forzato di decine di milioni di italiani dall’estero. La maniera miope e masochista con la quale si sta affrontando il tema della cittadinanza, negandola di fatto agli italiani in possesso di doppia nazionalità e rendendola sempre più difficile per i giovani stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, è la dimostrazione più evidente e per certi versi imbarazzante di questo deficit di cultura politica e sociale.

Per concludere, recentemente è scomparso Nicola D’Orazio, che ha dedicato buona parte della sua vita allá valorizzazione dell’identità abruzzese nel Mondo. Lei come lo ricorda?

 Da fondatore di ‘Abruzzo’ nel Mondo, Nicola D’Orazio ha rappresentato un punto di riferimento per quanti hanno creduto nel valore della memoria, delle radici e della partecipazione associativa. La sua intuizione ha contribuito a rendere più forte e consapevole il legame tra l’Abruzzo e i tanti abruzzesi che vivono fuori dalla regione e all’estero.Nel suo impegno c’era la consapevolezza che l’emigrazione non è soltanto una pagina di sofferenza e sacrificio, ma anche una grande risorsa di relazioni, cultura, lavoro e solidarietà. Nicola D’Orazio ha saputo custodire e trasmettere questo patrimonio con discrezione, serietà e autentico amore per la sua terra.

Rainero Schembri

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