Gina Guandalini commenta ‘Le Nozze di Figaro’ in scena a Roma

(Foto: Teatro Costanzi di Roma)

A Gina Guandalini, notissima saggista, critica musicale ed esperta di opera lirica italiana abbiamo chiesto di esprimere un commento sull’Opera ‘Le Nozze di Figaro messa’ andata in scena al Tetaro Costanzi di Roma. Re Lear di Giuseppe Verdi. Nata nella Capitale da genitori emiliani, ha studiato a Cambridge e Amburgo, laureandosi in letteratura angloamericana. La sua tesi si è concentrata sul libretto inedito del Re Lear di Giuseppe Verdi. È autrice di importanti volumi musicali, tra cui la biografia ‘Callas, l’ultima diva‘ (1988) e ‘Rossini nostro contemporaneo‘ pubblicato da Casa Ricordi nel 1996. Attualmente collabora con diverse riviste specializzate internazionali e testate di settore come il periodico di musica e cultura ‘L’Ape musicale’.

Di Gina Guandalini

Il capolavoro di Mozart, e del librettista Lorenzo da Ponte, ha aperto la stagione 2026-’27 del Teatro
Costanzi a Roma. Un cast di buon livello e un direttore da tenere d’occhio hanno riscosso molti applausi. Emmanuel Tjeknavorian, nato a Vienna da famiglia armena, è solo alla seconda esperienza
operistica. Drammaticamente travolgente nell’ouverture, ha rivelato lacune nel difficile rapporto con le voci, ma in questo è simile alla maggioranza dei direttori attuali. Quando i cantanti devono affrontare il sillabato veloce o velocissimo della grande opera buffa italiana ( in cui Mozart si iscrive) la conoscenza della vocalità e anche della dizione italiana gli fa difetto.

Buoni i cantanti principali, a partire da Erwin Schrott, baritono uruguayano. La sua voce non è più quella di vent’anni fa, ma è un professionista intelligente e coinvolto, e un disinvolto attore, che sfrutta al massimo il suo fisico aitante Il Conte di Almaviva era il messicano Germán Olvera. Di primo acchito la sua interpretazione non colpiva particolarmente, perché era perfettamente in stile ma non s’imponeva per autorevolezza di timbro e volume. Altro elemento di spicco il soprano Martina Russomanno, di voce bella e ben condotta; è una “Susannona” alta un metro e ottanta, non la soubrettina del genere Mirella Freni; però recita benissimo e ha un timbro radioso. La piccola voce di Elmina Hasan è piacevolee il suo Cherubino si fa applaudire. Professionale la giovane Jessica Ricci nel ruolo di Barbarina; la Contessa di Federica Guida, che ha sostituito la titolare ammalata, è a fasi alterne, e non è aiutata dal direttore. Alta scuola vocale, nel non ampio ma importante ruolo di don Bartolo, può vantare il basso Roberto Scandiuzzi: la sua scura e imponente voce è di instancabile morbidezza, e il testo di Da Ponte è da lui “spiegato” con arguzia. Alquanto afono l’interprete del Conte Almaviva.

Ma qui c’è da chiedersi (e a leggere le recensioni cittadine non se l’è chiesto nessuno): quanto di ciò che i cantanti “dicono” e di ciò che racconta la vicenda è compreso dal regista e dal direttore? Don Bartolo viene fatto entrare in carrozzella da invalido, e il suo sillabato vertiginoso non viene assecondato e seguito da Tjeknavorian. La regia di Claus Guth e le scene e i costumi di Christian Schmidt, che in quest’opera circolano da vent’anni con successo, pare, vivo e costante, prendono la solita decisione di cambiare epoca e costumi, e collocano la commedia di Beaumarchais
in un unico luogo: un grande palazzo vuoto dalle pareti viola scrostate (una sorta di Vienna del film “Il terzo uomo”?). Tutto si svolge lì, anche l’ultimo atto, dove gli alberi e le ombre del giardino avrebbero una funzione essenziale. Inoltre: il regista ha visto che nel cast c’è un personaggio chiamato Cherubino. Il termine è quello di un angioletto, un fanciullo alato che rappresenta Eros nel mondo classico. Guth lo fa entrare in scena da una finestra durante l’ouverture, vestito come il paggio omonimo, ma con due piccole ali e ne un’infestazione cronica di tutta la vicenda. Il Conte ha un acceso di allergia con sternuti quando le giovani contadine lo coprono di fiori. Figaro e il Conte fanno sanguinare il braccio a Cherubino, che sviene, durante «Non più andrai farfallone amoroso».

Sono i tocchi di “non regia” che affliggono gli spettacoli operistici di oggi, che riguardano soprattutto quegli operatori del teatro che non conoscono l’italiano e che spregiano un settore importantissimo del pubblico: quello che non conosce la trama, quello che vede l’opera per la prima volta, che andrebbe istruito e guidato. Scenografia per forza di cose scheletrica di Christian Schmidt e luci impegnatissime e abili di Olaf Winter.